LA CERTOSA DI SAN LORENZO
L’intima essenza del silenzio
Da oltre sette secoli, fastosa e solenne al tempo stesso, l’imponente Certosa connota il paesaggio urbano, nonché per tanti versi quello sociale, di Padula.
Da più di 150 anni ha aperto le sue porte, ma vi si può camminare dentro infinite volte e non comprenderne interamente l’intima essenza.
Quando la Certosa non era un monumento ma un monastero, la magnificenza di spazi e di decori si contrapponeva al rigore di una vita di isolamento, silenzio e preghiera. E ancora oggi, varcate le sue mura, i rumori della vita quotidiana rimangono fuori
Era il 1306 quando i Padulesi videro nascere ai piedi del paese un nuovo monastero, sul luogo della chiesetta, ch’era stata prima bizantina quindi passata all’Ordine benedettino, dedicata al Grande Martire sotto Valeriano, Diacono della Chiesa di Roma. Non potevano immaginare che sarebbe diventato uno dei maggiori centri di spiritualità e cultura del Mezzogiorno.
Di quei monaci così diversi dagli altri, anche nella tonaca interamente bianca, poterono intuire ben poco. Non esercitavano apostolato all’esterno, non ammettevano gente esterna all’Ordine alla partecipazione delle loro celebrazioni liturgiche e solo una volta a settimana lasciavano la loro dimora. Seppur non isolata, la Certosa si configurava dunque come un eremo.
Dall’alto delle loro abitazioni i Padulesi vedevano i certosini uscire dalle proprie celle alla medesima ora, e tutti insieme incamminarsi con compostezza lungo il porticato del Chiostro Grande due volte di giorno e una in piena notte, fino a scomparire per qualche ora, prima di vederli ritornare ognuno là da dove era partito.
Percepirono così che momenti di vita comunitaria rompevano a orari prestabiliti la solitudine e il silenzio.
I certosini univano, cioè, in una perfetta sintesi il monachesimo «eremitico» e quello «cenobitico».